La Festa della legalitÓ chiude con un tributo a Melissa

Un minuto di silenzio per l’attentato di Brindisi all’ultimo dibattito di Noicontrolemafie. La presidente Masini: ‘Fatto inaccettabile, fare chiarezza al pi¨ presto e punire i colpevoli’

Si è aperto con un minuto di silenzio per le vittime dell’attentato di Brindisi chiesto dalla presidente della Provincia, Sonia Masini, il convegno “Mafia e colonizzazione del Nord” che questa mattina a Reggio Emilia ha chiuso la seconda edizione della Festa della legalità. In piedi e attoniti i 400 studenti che gremivano l’Auditorium “Malaguzzi”, il pensiero rivolto a Melissa e ai loro coetanei pugliesi che lottano contro la morte. Studenti a Reggio come a Brindisi, impegnati a favore della legalità a Reggio, dove oggi si chiude la Festa, come a Brindisi, dove oggi farà tappa la Carovana della legalità. 

"Un fatto tremendo e inaccettabile che colpisce tutti noi. Siamo vicini a quei ragazzi e ai familiari delle vittime. Dobbiamo però reagire, non perderci d'animo – ha detto la presidente Sonia Masini - E' un momento difficile per questo Paese. Bisogna che sia fatta piena luce sugli autori di questo attentato, sostenere gli investigatori perché le indagini possano essere celeri e i colpevoli  di questo orrore puniti".

"Questa settimana dedicata alla Festa della legalità non è qualcosa di isolato, ma parte di un lavoro che sta dando risultati: c'è un crescendo di consapevolezza che può contrastare le mafie e le ingiustizie - ha aggiunto la presidente Sonia Masini - Difendere la legalità significa difendere la dignità di ciascuno. Giovanni Falcone, che oggi ricordiamo insieme a Paolo Borsellino, è stato lasciato solo. Quando si è lasciati soli si può essere colpiti. Non abbiamo bisogno di eroi che sacrificano la loro vita, ma di tante persone che ogni giorno compiano il loro dovere civico. Nessuno va lasciato solo".

Il dibattito che poco dopo si è aperto, moderato da Cesare  Giuzzi del Corriere della sera, è stato dunque anche un modo per riaffermare il primato della legalità contro la criminalità organizzata, della  vita contro la morte, della giustizia contro la barbarie. Partendo dal toccante ricordo di Falcone e Borsellino dipinto da Ignazio De Francisci, procuratore aggiunto a Palermo ed ex componente del pool antimafia. “Dalle stragi di Capaci e via d’Amelio sono passati vent’anni, ma a me sembra ieri quando mi ritrovai nel cratere dell’autostrada per Punta Raisi totalmente sventrata, tra le macchine accartocciate, o sotto casa di Borsellino, con le suole imbrattate dall’asfalto sciolto dalla potenza dell’esplosione: sono esperienze che ti segnano per sempre”, ha detto.

“Io ho avuto la fortuna di lavorare con Falcone e Borsellino dal 1985 fino alla loro morte nel ’92: sette anni nella vita di un uomo sono pochi, ma per me sono stati fondamentali perché trascorsi al fianco di due persone splendide, serie, che mi hanno insegnato tanto e hanno formato il mio modo di essere e fare il magistrato - ha aggiunto De Francisci - Erano due uomini completamente diversi: Falcone era riservato, aveva un carattere non sempre facile che bisognava sapere affrontare, lavorare con lui era impegnativo perché esigeva sempre massima attenzione; con Borsellino era più agevole, lo consideravo una sorta di fratello maggiore che ci parlava in dialetto siciliano sempre con il sorriso sulle labbra – ha continuato -  Entrambi, seppure così diversi, hanno segnato il corso della Sicilia e la storia dell’Italia perché hanno avuto intuizioni fondamentali, hanno inventato nuovo modo di lavorare, con i maxi-processi hanno inflitto colpi durissimi alla mafia proseguendo il lavoro iniziato  da altri magistrati altrettanti bravi che hanno perso la vita, come il procuratore Costa e il consigliere istruttore Chinnici. Credo che un po’ di ottimismo ci voglia, e allora dico che oggi la Sicilia sta meglio rispetto a vent’anni fa: lo stato maggiore di cosa nostra è in gran parte in carcere, manca un solo grande latitante, i gruppi di fuoco non girano più indisturbati per Palermo, il numero di omicidi è calato”.

Ma il cammino da compiere è ancora lungo. “C’è da costruire una coscienza sociale e una cultura antimafia in tutta la popolazione siciliana che ancora risente di vecchi modi di pensare – ha concluso il procuratore di Palermo – E bisogna costruire un nuovo modo di fare politica che escluda la mafia dai propri orizzonti culturali: fino a quando i politici siciliani, tutti, non elimineranno tutto ciò che è mafia, finché si continueranno a chiedere voti ai mafiosi sapendo che sono mafiosi, non si vincerà la guerra. Abbiamo ancora troppi politici che vengono intercettati mentre chiacchierano con mafiosi e si uniscono loro a soprattutto nei consigli comunali, è dai piccoli Comuni che deve iniziare la lotta alla mafia. Da quest punto di vista sono meno ottimista, anche  se la sensibilità e attenzione di Reggio Emilia mi dà speranza per un futuro un po’ più roseo”.

Antonio Nicaso, studioso e storico delle organizzazioni criminali e curatore scientifico della Festa della legalità di Reggio Emilia, ha quindi parlato di innovazione e tradizione nelle mafie. Invitando i giovani ad “abbandonare l’idea che i mafiosi siano brutti e sporchi, perché oggi hanno le facce ben rasate e pulite di tanti professionisti”. “La loro storia, e la loro forza, è una storia di relazioni: sono fenomeno criminale con consenso diffuso – ha continuato - Senza agganci con la politica le mafie sarebbero solo bande di criminali ordinari destinate a scomparire. Invece ne parliamo da oltre 150 anni e le conosciamo benissimo, ma non abbiamo mai voluto combatterle”. “E’ come un sistema di vasi comunicanti: si spostano da una regione all’altra, riescono a infiltrarsi anche lontano dai paesi di origine. Ma mentre le mafie si globalizzano, noi non riusciamo a globalizzare le azioni di contrasto” ha aggiunto Nicaso indicando un punto di debolezza nella lotta alla mafia il fatto che “in molti Paesi anglosassoni non si riconosca il reato di associazione e sia difficile confiscare i beni ai mafiosi”.

Perché, come lo scandalo Watergate insegna, il punto è sempre “follow the money”, seguire il denaro. “Oggi i soldi della droga sono entrati nel circolo dell’economia legale, diversi Stati non possono farne a meno e mentre in Italia la maggior parte degli investimenti delle mafie riguardano le attività immobiliari, con energie alternative e sanità che rappresentano le novità, in Nordamerica sono soprattutto bancari, agenti di assicurazione, avvocati e commercialisti a curare i loro investimenti”, ha proseguito Nicaso. Ma solo l’1% del denaro delle mafie, contro il 10-15% della droga viene intercettata dai “buoni”. “Eppure basterebbe davvero poco per provare a contrastare le transazioni illegali, ad esempio ritirare le banconote da 500 euro, una vera manna per i narcotrafficanti perché così bastano due valigette di euro invece di dieci valigette di dollari per portare in giro per il mondo la stessa somma…”., ha concluso Nicaso ricordando ai ragazzi che “le mafie si combattono con il vostro contributo, con una comunità attenta e sensibile, perché questa è lotta della memoria contro l’oblio”.

Quanto sia importante non dimenticare, è stato sottolineato anche  da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, che ha affrontato il tema degli interessi delle mafie al Nord. “Chi dice che la ‘ndrangheta è arrivata in Lombardia o in Piemonte da un paio d’anni è, nella migliore delle ipotesi, in malafede oppure è ignorante. Perché l’omicidio del magistrato Bruno Caccia in Piemonte è del 1983 e perché ci sono stati fuoriclasse di magistrati come Alberto Nobili che già 25 anni fa hanno dimostrato l’esistenza di decine di ‘locali’ di ‘ndranghete, hanno indagato sulla loro élite, sui loro traffici di droga o sul loro governo dell’edilizia nel Milanese, ci sono le sentenze dei Tribunali di Napoli e Torino che parlano molto chiaro”, ha tuonato contro questo “inspiegabile black-out che sembra aver colpito tutti su quanto avvenuto negli ultimi decenni al Nord”.

Ma il risultato è che, purtroppo, “oggi le mafie al Nord sono più forti perché sono più ricche e chi ha i soldi comanda e noi al massimo stiamo pareggiando, non stiamo vincendo nessuna guerra – ha aggiunto - Per vincerla bisogna prima studiare la storia, non inventarsi magistrati o giornalisti antimafia”. In quanto all’Emilia-Romagna, “ancora non siete stati colonizzati, ma avete alcuni ‘locali’ che da Reggio Calabria o Crotone sono presenti nella vostra edilizia, nel trasporti inerti e nel movimento terra”. “Costruiscono a prezzi bassi con cemento depotenziato, manodopera in nero e realizzando opere certamente non a regola d’arte”, ha detto Gratteri, per il quale “è indispensabile rivedere le regole sugli appalti, perché la logica del massimo ribasso è una follia”. “Solo la mafia può realizzare un’opera pubblica con ribassi del 40%, ma appunto utilizzando chissà quali materiali e chissà quale manovalanza”, ha terminato Gratteri smontando anche l’ipotesi che “la ‘ndrangheta del Nord non si sia sganciata da quella del Sud, o che esitano una cupola o un Riina della ‘ndrangheta: non è come nella mafia, qui il capo non fa affari, fa il custode delle regole”.

Oltre alla memoria, per combattere la mafia è fondamentale anche “studiarla”. Questo è il messaggio giunto da Roberto Galullo, inviato del Sole 24 Ore che ha invitato i giovani  “a diffidare dal pensiero unico, perché non si smette mai di studiare e imparare”.  “Pochi giorni fa, nel silenzio generale dei media, un architetto palermitano è stato condannato a vent’anni di carcere perché ritenuto l’erede dei boss Lo Piccolo – ha detto - Liga era un professionista conosciutissimo nei salotti della Palermo bene, era anche esponente  del Movimento cristiano lavoratori.  Era un invisibile che tesseva trama di potere. Negli stessi giorni a Catania un nuovo pentito vicino ai Santapaola ha parlato dei rapporti tra mafia con la politica e la vedova di Borsellino rinunciava per malattia a testimoniare sulle confidenze ricevute dal marito circa trattative tra pezzi deviati dello Stato e mafia e su un comandante dei Ros definito un  “punciutu””.

“La ndrangheta era fino a qualche anno fa una mafia pecoreccia che non sedeva nei salotti buoni. Ora, attraverso massoneria e servizi segreti deviati, non è più così”, ha concluso Galullo: “Le istituzioni deviate dello Stato siedono a un tavolo di trattativa perenne con la mafia e questo, per il nostro Paese, è semplicemente indegno e disgustoso”.

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creato: sabato 19 maggio 2012
modificato: sabato 19 maggio 2012