Di seguito l’intervento di Giorgio Zanni, Presidente della Provincia di Reggio Emilia, pronunciato in occasione della Festa del Tricolore e del 229° anniversario della nascita della Bandiera italiana, avvenuta il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia, con l’adozione del vessillo verde, bianco e rosso da parte della Repubblica Cispadana.
Buongiorno a tutte e a tutti. A tutte le Autorità civili, religiose e militari, alle cittadine e ai cittadini presenti, a studenti e studentesse, a chi sta seguendo da casa, buona Festa del Tricolore!
Il Tricolore, uno dei pochi vessilli che ancora unisce ogni angolo del nostro Paese e ogni nostro concittadino, che tiene insieme la nostra comunità nazionale, in Italia come nel resto del Mondo. Per questo il 7 gennaio deve divenire ancor di più la Festa di tutte e di tutti gli Italiani: delle cittadine e dei cittadini italiani, di chi italiano lo desidera diventare, delle maggioranze come delle minoranze sociali, politiche o economiche, delle maggioranze che altrove sono minoranze, delle minoranze che altrove sono maggioranze. Affinchè questo avvenga è necessaria la volontà di tutte e tutti, di voler coinvolgere e di voler essere coinvolti con ugual entusiasmo: solo allora il 7 gennaio sarà davvero Festa di unione anche al di là di ogni legittima diversità.
La verità, però, è che oggi facciamo sempre più fatica a costruire unità nella diversità. Uniti nella diversità: non a caso, il motto dell’Unione Europea. Uniti nella diversità: lo spirito con cui i rappresentanti della Repubblica Cispadana cominciarono ad immaginare un’Italia unita e non più debole e divisa, terra di conquista e di lotta tra Regni e Ducati. Uniti nella diversità: lo spirito con cui i nostri padri Costituenti, con idee e sensibilità tra loro differenti, compirono il gesto più alto e fondativo della nostra Repubblica (che compie quest’anno 80 anni): la nascita della nostra Costituzione.
Fatichiamo a costruire “in variante concordia”, unità nella diversità, appunto. Pare che il Mondo si stia progressivamente arrendendo ai precari equilibri generati dalla polarizzazione delle idee. E in un certo senso, alle tifoserie. E forse, senza accorgercene, stiamo diventando anche noi stessi parte di quelle tifoserie.
Erano certamente diversi i valori che permeavano il tempo del Congresso della Repubblica Cispadana, ispirati ai principi di libertà, uguaglianza e fraternità, eco diretta della Rivoluzione Francese e della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. Ispirati dal lume della scienza e della ragione quale motore di sviluppo, dal coraggio e dal cambiamento, dalla costruzione di equilibri nuovi.
Oggi invece, pare che buona parte della nostra società abbia rinunciato alla gestione delle cose difficili: alla costruzione paziente di equilibri stabili e duraturi su cui poggiare le cose importanti e complesse. Persino essere tifosi, oggi, sembra non bastare più: occorre essere ultras, occupare la posizione più estrema, più rumorosa, più radicale, in fondo, anche quella più facile. Lo osserviamo, purtroppo ancora di più, nei delicati equilibri che regolano la Democrazia e che regolano la Pace, nel nostro Paese, in Europa e nel resto del Mondo. Quegli equilibri che rendono possibile il dialogo tra persone e pensieri differenti, tra popoli e Paesi differenti, tra interessi ed esigenze, legittimamente differenti. Ecco allora che arrendersi alla logica dell’ultras di parte significa allontanarsi sempre più dalla missione più alta e autentica della politica e pregiudicare ciò che di più prezioso ci è stato lasciato in eredità: le conquiste democratiche, i diritti e i doveri di cittadini, la pace e la tutela della nostra vita.
Lasciatemi ringraziare colleghe, colleghi e amici sindaci, presenti qui anche oggi, vestiti del nostro Tricolore. Forse nessuno più di un Sindaco può comprendere ed incarnare la quotidiana sfida – ed anche la preziosa fatica – di costruire ogni giorno risposte concrete ed efficaci per i propri concittadini, in un mondo sempre più veloce e polarizzato, in un mondo dove le nostre comunità più piccole, le aree interne e le periferie, sono spesso ricordate solo nel momento dei tagli alle risorse loro assegnate.
E allora, sia quello stesso Tricolore un promemoria per tutti noi: sia garanzia dei giusti spazi dell’esercizio Democratico e della buona politica. Sia il giusto spazio e il giusto tempo per riconoscere le proprie responsabilità ma anche per riconoscere e rispettare le ragioni altrui, per ritrovare, insomma, il senso dell’onestà intellettuale.
Sia il giusto spazio anche per tornare a tollerare l’errore senza ridurlo, sistematicamente, a strumento di delegittimazione personale. Perché il timore dell’errore, la paura del giudizio e ancor più dell’etichetta cucita addosso – decretando peraltro l’appartenenza all’una o all’altra tifoseria – si trasformano spesso nella rinuncia totale al proprio pensiero critico.
E a pagarne il prezzo più alto, come spesso accade e come spesso ci ricorda anche il Presidente Mattarella, rischiano di essere i giovani che proprio sul pensiero critico fondano la loro crescita personale ponendo le basi anche per il cambiamento dell’intera società.
E a proposito di giovani: Achille Barosi, Emanuele Galeppini, Chiara Costanzo, Sofia Prosperi, Riccardo Minghetti, il bolognese Giovanni Tamburi. Oggi, da qui, ci uniamo al dolore e al cordoglio nazionale, anche partecipando al minuto di silenzio che proprio in questi minuti si sta tenendo in tutte le scuole italiane, in memoria delle 40 vittime dell’incendio di Crans-Montana. A loro e alle loro famiglie e – consentitemi – alla famiglia di Alessandro Ambrosio, giovane 34enne, capotreno, vittima sul lavoro di ingiustificata e ingiustificabile violenza, va il nostro più sincero cordoglio.
Dicevamo: la complessità delle cose, lo scherno dell’errore, il giudizio che diviene etichetta. E’ così che veniamo spinti a rifugiarci verso posizioni apparentemente più sicure: protetti da una parte di questo strano tifo, attaccati probabilmente dall’altra, ma comunque al riparo dalla solitudine che spesso accompagna le posizioni nuove. Di qui o di lì, pro o contro, rischiando di rendere ogni discussione una questione di parte, sapendo che si è “dalla parte giusta” solo se si rimane entro i confini del proprio tifo.
Pro o contro. Tutto e tutti. In modo indistinto e mai soppesato. Pro o contro la Palestina o Pro o contro Israele. Pro o contro la Russia o Pro o contro l’Ucraina. Pro o contro un giornale o un telegiornale, che a sua volta è pro o contro un’idea o un’ideologia, un movimento o un partito politico. Pro o contro l’intelligenza artificiale. Pro o contro i Magistrati o la riforma della Magistratura. Pro o contro persino alla sicurezza nelle città, alla parità di genere, alle differenze salariali o ai diritti alle donne. Pro o contro la “famiglia nel bosco”. Pro o contro la diga di Vetto o il ponte di Messina. Pro o contro un Governo, un Presidente di Regione o un Sindaco. Pro o contro un intellettuale o uno storico, un direttore d’orchestra o un regista, un attore o un musicista, un cantante o uno scrittore. Pro o contro l’Allegrismo o il Sarrismo, i tortellini o i capelletti, l’“italianità” di Paola Egonu e Miriam Sylla. Pro o contro il Presepe, Gesù Bambino o l’albero di Natale, le lanterne cinesi, Kennye West, Checco Zalone, l’Inter o la Juventus. Anche in queste ultime ore. Pro o contro l’illegittimo, illiberale e inaccettabile regime di Maduro o il machismo trumpiano irridente di qualsiasi regola di diritto internazionale? Dai grandi conflitti mondiali al 4-3-3 del Napoli di Conte, pro o contro, sempre e solo pro o contro, abiurando ancora una volta alle nostre intelligenze e alle complessità, ponendo tutto – comodamente e indistintamente – sullo stesso medesimo piano di discussione.
Come se tutto fosse inserito in un enorme “frullatore, dove tutto si mescola, dall’Ungheria ai cani per ciechi” per usare le parole di Corrado Augias, durante uno dei suoi interessanti confronti televisivi. E’ da quel frullatore che usciamo spesso ulteriormente confusi e polarizzati, ulteriormente incapaci di gestire le complessità. E’ in quella confusione che rischiano di trovare spazio e normalizzazione anche ciò che non deve trovare ne’ spazio ne’ normalizzazione: come le stravaganti teorie dei fascisti buoni o dell’invasore che vuole il bene del popolo invaso. È da quel frullatore che matura la fascinazione dell’uomo forte al comando. È da quel frullatore che inevitabilmente maturano i conflitti e, peggio ancora, le Guerre.
E se è bello ricordare oggi l’Art.12 della nostra Costituzione che sancisce nero su bianco i 3 colori – verde, bianco e rosso – della della nostra Bandiera, è ancor più importante ricordare come proprio all’articolo precedente – l’11esimo – l’Italia apre la strada alla partecipazione ad organizzazioni di collaborazione e cooperazione internazionale, utili al nostro Paese per favorire la pace e la giustizia tra i popoli, ripudiando la guerra quale strumento di offesa e quale mezzo di risoluzione delle controversie. L’Art.11 stabilisce dunque che per gestire i delicati equilibri che garantiscono Democrazia e Pace, dentro e fuori dal nostro Paese, l’Italia ripudia la semplicità della guerra e sceglie – e sempre sceglierà – la complessità delle relazioni su cui si fondano Democrazia e Pace.
E’ dunque un dovere anche nostro, di cittadini italiani, smettere di continuare a cercare facile rifugio nelle risposte offerte dalle tifoserie per tornare alla più edificante fatica della gestione delle complessità, tenendo però sempre a mente i valori non trattabili della nostra Democrazia, i punti cardinali entro cui orientarsi. Perché confrontarsi e scegliere, aprirsi e mettere in discussione sé stessi, accettando le diversità e le complessità del mondo che ci circonda, rispettando culture e pensieri differenti, non significa perdersi in esse o relativizzare ogni cosa.
E’ in giornate come queste, allora, che riscopriamo quei valori nel nostro Tricolore e nella sua storia, nella Carta Costituzionale, nella Libertà enella Democrazia, nella pace e nei diritti umani, nella nostra Repubblica e nei suoi valori fondativi figli della lotta di Liberazione e della Resistenza partigiana – quella si, di parte: “della parte giusta!” ci ricorderebbe oggi, con il suo stile unico e la sua forza pacata, il nostro amico Ermete Fiaccadori.
Torniamo, allora, a farci ispirare dal Tricolore. Perché il significato della Bandiera non sta nel marrone dei tre colori mescolati tra loro ma nella bellezza dei tre distinti colori — verde, bianco e rosso — insieme. Diversi, ma insieme.
E se è altrettanto vero che la complessità della nostra società non può essere adeguatamente rappresentata neppure con soli 3 colori, è di nuovo la nostra Costituzione, nell’anno di un altro 80esimo, quello del primo Voto delle Donne, ad indicarci la soluzione, all’Art.48, tramite il gesto che continua, nel tempo e nella storia, a definirci non più quali sudditi di un Regno ma quali cittadini della Repubblica: il voto. Perché votare in tanti significa rappresentare in maniera più nitida e dettagliata quella complessità di idee e di colori, votare in tanti è l’antidoto migliore alle tifoserie urlate, votare in tanti restituisce più peso, più colore, e più voce a ciò che siamo! Tornare a votare in tanti significa tornare ad arricchire i colori della nostra Democrazia, rendendo in fondo ancor più vivi anche i colori del nostro Tricolore!